GPA Telemakos
Rassegna #077
Venerdì 17 Luglio 2026

Le memorie sono finite nei data center. Gli smartphone sono rimasti a terra

Il secondo trimestre 2026 è il peggiore per le spedizioni di telefoni dal 2013. La causa non è la domanda: è la carenza di DRAM e NAND, dirottate verso i data center per l'AI, dove rendono di più. Sotto i 400 dollari la memoria pesa oltre il 60% del costo dei componenti, e il conto lo pagano i modelli che fanno i volumi.

Quando un problema di componenti diventa un problema di domanda

I numeri cambiano a seconda di chi conta, la direzione no. Counterpoint Research, nelle stime preliminari del Market Monitor, indica spedizioni mondiali in calo dell'11% su base annua tra aprile e giugno: il livello più basso per un secondo trimestre dal 2013. Omdia si ferma a -4%, IDC a -6,7% su 277,5 milioni di unità. Le distanze si spiegano con metodologie diverse sul sell-in, ma tutti collocano Samsung davanti, al 24% secondo Counterpoint, e Apple seconda al 20%, unica tra i grandi a non aver ritoccato i listini nel trimestre. Arretrano Xiaomi, OPPO e vivo, cioè chi vive di volumi nella fascia media e bassa.

La radice è a monte. I produttori di memorie hanno spostato capacità verso i data center per l'intelligenza artificiale, dove il margine è più alto, e la scarsità si è scaricata sulla distinta base dei dispositivi. Secondo Omdia il costo della memoria è raddoppiato per i telefoni sotto i 400 dollari, dove pesa oltre il 60% dei componenti. Counterpoint non vede una normalizzazione dei prezzi prima della seconda metà del 2027. Il punto che vale la pena tenere è il passaggio di categoria: finché mancava un componente era un problema di fabbrica, adesso che il prezzo finale sale e i volumi scendono è diventato un problema di mercato. Lo stesso meccanismo è già stato osservato sui PC, e per chi compra hardware in azienda significa una cosa sola: le fasce accessibili si stanno restringendo e i preventivi di sei mesi fa non valgono più.

Fonti: Counterpoint Market Monitor, Omdia, IDC, Macitynet, Tom's Hardware · 14-16 luglio 2026

📡 Telco & IT

Ericsson tiene i margini, ma il conto dei componenti è arrivato anche alle reti

Il secondo trimestre di Ericsson si chiude con vendite per 52,7 miliardi di corone svedesi, contro i 56,1 di un anno fa: -6%, che su base organica diventa -1%, perché il confronto sconta i minori ricavi da licenze sulla proprietà intellettuale dopo un incasso una tantum registrato nello stesso periodo del 2025. La crescita organica c'è in tre aree di mercato su quattro. Il margine lordo rettificato è al 48,4%, l'EBITA rettificato a 6,9 miliardi è sopra le attese degli analisti, l'utile netto scende del 12% a 4,1 miliardi. A Stoccolma il titolo ha perso oltre dieci punti in giornata, il calo intraday più marcato da gennaio 2025: a pesare non è stato il trimestre in sé, ma l'avvertimento sull'aumento dei costi dei componenti. L'amministratore delegato Börje Ekholm, che lascerà l'incarico a ottobre dopo dieci anni, ha detto che l'azienda ha già adottato misure per mitigare l'inflazione dei costi e che proseguirà con interventi interni e adeguamenti dei prezzi man mano che l'effetto crescerà nei prossimi trimestri.

È la stessa storia della notizia di apertura, vista dall'altro capo della filiera: le memorie che mancano nei telefoni mancano anche negli apparati radio, e lì i contratti sono pluriennali. Chi compra connettività o infrastruttura per l'azienda firma su ipotesi di costo che i fornitori stanno rivedendo adesso, e la domanda utile in fase di rinnovo non è quanto costa oggi, ma cosa succede al prezzo se i componenti restano su questi livelli per altri diciotto mesi. È una clausola, non una previsione.

Fonti: Ericsson, Teleborsa, Il Sole 24 Ore Radiocor, CorCom · 14-16 luglio 2026

Torri, il tribunale di Milano respinge anche il ricorso di Inwit contro Fastweb

Il tribunale di Milano ha ritenuto legittimo, per il momento, il recesso dell'operatore dagli accordi quadro di servizio con la tower company, come già avvenuto nel procedimento che riguardava Tim. Inwit ha fatto sapere che proporrà reclamo e proseguirà nel giudizio di merito. In una nota agli analisti, Intermonte ha osservato che una soluzione negoziale appare ancora più opportuna alla luce del quadro industriale e regolatorio. La decisione è di ieri.

Fonte: CorCom · 16 luglio 2026

☁️ Cloud & Digital

Sette miliardi e mezzo in Finlandia: la corrente decide dove va il calcolo

Pure Data Centres ha lanciato a Seinäjoki quello che diventerà uno dei più grandi progetti di infrastruttura AI mai realizzati in Europa. La fase 1 vale oltre 1,5 miliardi di euro per 110 MW ed è già interamente affittata: la sottostazione della prima sala dati è costruita e operativa, permessi e forniture elettriche sono assicurati. Il sito, 370 acri con accesso a 700 MVA di potenza rinnovabile, può scalare oltre i 7,5 miliardi e i 550 MW, con moduli ripetibili da 40 MW e raffreddamento diretto a liquido per i carichi ad alta densità. Il cantiere è lungo un decennio e, con il partner locale SDC Ventures, dovrebbe generare oltre 3.000 posti di lavoro. Secondo Bloomberg, tra i clienti che useranno la capacità c'è Microsoft.

Il dato di contesto spiega la geografia. Nel rapporto sullo stato dei data center europei, l'associazione di settore EUDCA riporta che il 67% degli operatori indica l'accesso alla potenza come la sfida principale dei prossimi tre anni, davanti ai permessi, alle competenze e al prezzo dell'energia: la crescita non è frenata dal capitale o dalla domanda, ma dalla rete elettrica. Ed è il motivo per cui il baricentro si sposta a nord e verso i mercati di seconda fascia, mentre nei poli storici, da Francoforte a Dublino, la congestione ha portato gli spazi liberi ai minimi. Messa insieme alla notizia di apertura, la catena si chiude: la memoria va dove c'è il calcolo, il calcolo va dove c'è la corrente.

Fonti: Pure DC, Computer Weekly, IT Pro, EUDCA State of European datacentres 2026, CorCom · 14-16 luglio 2026

Cubbit e GigaCloud: il cloud sovrano quando la minaccia arriva dal cielo

La bolognese Cubbit e GigaCloud, principale provider cloud ucraino, hanno annunciato il 14 luglio una partnership per portare storage compatibile S3 in Ucraina e Polonia. GigaCloud integrerà Cubbit DS3 Composer nei suoi cinque data center, distribuiti su tre zone di disponibilità: Kiev, Leopoli e Varsavia. La tecnologia cifra, frammenta e distribuisce i dati su nodi diversi, così nessuna singola struttura conserva mai l'informazione completa, e il cliente sceglie dove farla risiedere: solo in Ucraina, tra i due Paesi, o solo in Polonia. Ogni cliente ha un ambiente isolato ed endpoint S3 dedicato, con conformità GDPR. GigaCloud, fondata nel 2016, dichiara oltre 1.500 imprese e 20 milioni di utenti serviti ed è il principale partner del settore pubblico ucraino sulla trasformazione digitale.

Il ceo di GigaCloud, Nazariy Kurochko, spiega che le infrastrutture della sua regione non si possono progettare con logiche nate in mercati stabili, e che lì si è imparato a «pianificare tenendo conto dell'incertezza, a dare priorità al controllo». Vale la pena rubare la definizione, perché sposta il discorso. In Italia il cloud sovrano si discute quasi sempre come tema giuridico, cioè quale legge si applica ai dati. Qui è un tema fisico: un sito può smettere di esistere. La scelta della residenza del dato non è un dettaglio da amministratore di sistema, decide insieme il quadro normativo applicabile e cosa succede il giorno in cui una sala macchine non risponde più. Sono la stessa domanda, e quasi nessuno se la fa nello stesso momento.

Fonti: Cubbit, GigaCloud, Forbes Italia, CorCom · 14-16 luglio 2026

🔒 Cyber Security

Italia settima al mondo per violazioni ransomware. Il divario è operativo, non tecnologico

Il Cyber Risk Report di TrendAI, business unit di Trend Micro, mette l'Italia al settimo posto mondiale con 243 violazioni confermate. Davanti ci sono Stati Uniti (4.893), Canada (520), Germania (433), Regno Unito (343), Francia (313) e Spagna (278); dietro India, Brasile e Australia. L'ecosistema ransomware nel suo complesso segna una crescita del 236% nelle violazioni confermate. L'indice medio di rischio cyber, però, scende da 38,5 nel 2024 a 35,8 nel 2025: tutte le organizzazioni monitorate restano in fascia di rischio medio. I settori più esposti sono, nell'ordine, minerario, sanità, agricolo, telco, istruzione, pubblica amministrazione, comunicazione, servizi finanziari, utility e assicurativo. Il dettaglio meno atteso riguarda la taglia: sono le imprese di medie dimensioni a presentare il rischio più alto, perché le grandi sono più strutturate nella gestione e le piccole hanno superfici di attacco più limitate.

Gli eventi di rischio più frequenti non sono attacchi sofisticati: sono accessi al cloud e identità digitali. Account obsoleti mai disattivati, autenticazione a più fattori spenta, password scadute che nessuno gestisce, applicazioni cloud usate senza che qualcuno le abbia autorizzate. Marco Fanuli, Technical Director di TrendAI Italia, riassume così: «le organizzazioni stanno affrontando un divario operativo più che tecnologico». Tre cose da fare questa settimana, e nessuna richiede budget. Primo, farsi dare la lista degli account attivi e cerchiare quelli di chi non lavora più qui. Secondo, verificare su quali accessi l'MFA è davvero attiva, non su quali è prevista dalla policy. Terzo, chiedere quali applicazioni cloud sono in uso e confrontare l'elenco con quello che l'IT crede di sapere: la differenza tra le due liste è la superficie che nessuno sta guardando.

Fonti: TrendAI Cyber Risk Report 2026, ANSA · 16 luglio 2026

Langflow sfruttata in rete: gli attrezzi con cui si costruisce l'AI sono diventati bersaglio

Nella Settimana Cibernetica del 12 luglio il CSIRT Italia segnala lo sfruttamento in rete della CVE-2026-55255 in Langflow, la piattaforma open source usata per costruire flussi applicativi basati su modelli linguistici. Nello stesso bollettino ci sono un proof of concept pubblico per la CVE-2026-59939 nella libreria python httplib2, che consente di compromettere la disponibilità del servizio, uno per la CVE-2026-60104 in Bitwarden Server e, dal 10 luglio, aggiornamenti che sanano due vulnerabilità critiche in Metabase. Il monitoraggio EPSS registra un aumento del punteggio su CVE relative a langflow-ai, Adobe, Apache e Microsoft: significa che la probabilità stimata di sfruttamento sta crescendo, indipendentemente dalla gravità teorica.

C'è uno schema che si ripete da qualche mese ed è meglio chiamarlo per nome. Le piattaforme con cui si sperimenta l'AI entrano in azienda dalla porta laterale, spesso installate da un team che vuole solo provare qualcosa, e restano accese. Non passano da un inventario, non hanno un responsabile della manutenzione, e nessuno le controlla quando esce una patch. Sono esattamente gli stessi account e le stesse applicazioni non censite di cui parla il report qui sopra: la prima cosa da fare non è proteggerle meglio, è sapere che esistono.

Fonte: CSIRT Italia, Settimana Cibernetica del 12 luglio · 10-13 luglio 2026

📢 Marketing & Comunicazione Digitale

Netflix rimette Stranger Things dentro una videocassetta

Netflix ha pubblicato una versione speciale della prima stagione che simula l'aspetto di una vecchia VHS: formato 4:3 pan and scan, grana analogica, colori slavati, imperfezioni del nastro, tracking e fruscio. Non è un'edizione fisica e non è un filtro applicato sopra: è una ricostruzione dell'estetica di una cassetta noleggiata nel 1983, l'anno in cui la serie è ambientata. I fratelli Duffer hanno lasciato intendere che, se l'operazione funziona, una vera edizione su nastro delle stagioni successive non è esclusa.

La parte interessante non è la nostalgia, è la funzione. La bassa risoluzione ha un effetto collaterale che nessuno cerca più: fonde meglio gli effetti digitali con le riprese reali, e i mostri diventano più credibili di quanto siano in 4K. Il colore che sbava e le linee di scansione aggiungono quello che il testo di lancio chiama calore, l'equivalente visivo del gracchiare di un vinile. È un brand che per una volta non aggiunge qualcosa, toglie: meno definizione, meno pulizia, più atmosfera. In un mercato dove ogni aggiornamento promette più nitidezza, decidere di peggiorare l'immagine di proposito è una scelta di posizionamento, non un vezzo da collezionisti.

Fonti: Netflix, Macitynet · 16 luglio 2026

Il 74% si fiderebbe di un agente AI più che del migliore amico

La Consumer Pulse Research 2026 di Accenture, settima edizione, ha intervistato online 25.590 consumatori in 16 Paesi, Italia compresa, tra il 7 e il 22 gennaio; il rapporto, intitolato "Talk to My AI Agent", è uscito a giugno ed è tornato a circolare in questi giorni sulla stampa di settore. Il 74% degli intervistati dichiara che si fiderebbe di un agente AI personale più che del proprio migliore amico per fare un acquisto al posto suo, e la stessa quota delegherebbe attività di routine: trattare uno sconto, gestire un reclamo, rinnovare un abbonamento, riordinare un prodotto. La delega però ha una scala: il 32% lascerebbe scegliere all'agente confermando poi il pagamento, solo il 9% arriverebbe all'acquisto completamente autonomo. Sul fronte marca, il 56% direbbe all'agente quali marchi considerare, ma il 37% dei clienti abitualmente fedeli accetterebbe che l'agente ne scegliesse un altro, se risponde meglio all'esigenza.

L'indicazione operativa di Accenture è meno affascinante del titolo e più utile: informazioni di prodotto leggibili dalle macchine, affermazioni verificabili, prezzi trasparenti. Detto altrimenti, il pubblico raddoppia. C'è la persona, che si convince con il racconto, e c'è il software che valuta per suo conto e non guarda la campagna: legge la scheda, confronta il prezzo, verifica il claim. Un sito costruito per emozionare e impenetrabile a una macchina oggi funziona a metà, e la metà che manca è quella che decide. Chi ha investito anni in riconoscibilità del marchio dovrebbe leggere quel 37% con attenzione: la fedeltà regge finché tra il cliente e lo scaffale non si mette qualcuno che confronta senza affezionarsi.

Fonti: Accenture Consumer Pulse Research 2026 "Talk to My AI Agent", Chain Store Age, BestMediaInfo · giugno-luglio 2026

💼 Dal Network LinkedIn

⚠️ Card in attesa: post di Luca La Mesa

Non sono riuscito a recuperare il post del giorno di Luca La Mesa: LinkedIn non è indicizzato e le ricerche restituiscono solo contenuti vecchi. Non invento né una citazione né un contenuto attribuito a lui.

Due strade, si decide in trenta secondi: incollami il testo del suo post di oggi e riscrivo questa card, oppure teniamo la rotazione e passiamo a un altro profilo del network. Il resto della rassegna è chiuso.

Da completare prima della pubblicazione su Netlify

🍎 Focus Apple

Il listino dell'iPhone è fermo. Tutto intorno, no

Apple ha aumentato i prezzi di AppleCare+, dopo i rincari già applicati sui Mac. È una notizia piccola che sta dentro una notizia grande: nel secondo trimestre, secondo Counterpoint, Apple è stata l'unica tra i primi cinque produttori a non ritoccare i listini degli smartphone, mentre gli altri scaricavano sul prezzo la pressione dei costi. Nel frattempo il conto industriale sale: costruire un iPhone 18 Pro Max costerà quasi 300 dollari in più nella variante da 12 GB e 1 TB, con un aumento della distinta base intorno al 56% rispetto all'iPhone 17 Pro Max, per effetto delle memorie e dei chip a 2 nanometri.

Il pezzo che vale la pena guardare da vicino, per chi fa comunicazione, è la coreografia. Il prezzo di listino dell'iPhone è un messaggio pubblico, ripetuto ogni settembre, e cambiarlo costa in credibilità molto più di quanto renda in margine. Il margine però va difeso da qualche parte, e allora si sposta dove il cliente non fa il confronto anno su anno: l'assistenza, gli accessori, le configurazioni di memoria, i servizi. Non è un inganno, è una gerarchia di visibilità: si tiene fermo ciò che tutti guardano e si muove ciò che quasi nessuno somma. Funziona finché il cliente non fa il totale, e il totale in azienda lo fa sempre qualcuno, di solito a fine anno.

Fonti: Macitynet, Counterpoint · 10-16 luglio 2026

🚗 Focus Automotive & Fleet

Il noleggio piace a mezza Europa. In Italia si passa ai fatti

L'Ayvens Mobility Monitor 2026, condotto con Ipsos su quasi 4.000 consumatori in 12 Paesi, misura una distanza che vale la pena guardare. Il 49% dei consumatori europei ha un orientamento favorevole verso le formule di noleggio, e in Italia si sale al 51%: fin qui è gradimento. Poi c'è l'intenzione, che è un'altra cosa: solo il 26% degli europei pensa di stipulare davvero un contratto nei prossimi cinque anni, contro il 40% degli italiani nel breve-medio termine. Il gradimento più alto si registra in Portogallo (72%), Grecia (66%) e Spagna (64%), mentre Germania, Svezia e Norvegia restano prudenti per il costo percepito. In città il giudizio positivo è al 52%, nelle aree rurali al 38%. Le ragioni italiane sono pratiche: nessun imprevisto economico per il 48%, manutenzione inclusa per il 45%, copertura assicurativa per il 41%. Il 61% degli italiani vuole poter sottoscrivere online o in modalità ibrida, e il noleggio dell'usato interessa il 45% degli europei, con il 74% che indica nel canone più basso il motivo determinante.

I dati di mercato del primo semestre raccontano la stessa cosa da un'altra angolazione: 529.167 nuovi contratti di noleggio a lungo termine su autovetture e fuoristrada, -2,6% sul 2025, ma i contratti dei privati salgono a 78.365, +3,7%, e le ibride tradizionali guidano con il 35,4% del totale, in crescita del 16,8%. Il volume complessivo cala, la platea si allarga. Per chi vende flotte il segnale è che la formula ha smesso di essere un tema aziendale ed è diventata un'abitudine di consumo, con tutto quello che ne consegue: aspettative sul processo di sottoscrizione, sensibilità al canone, tolleranza zero per la burocrazia. Le stesse cose che i clienti business chiedono da anni e che quasi nessuno ha ancora sistemato.

Fonti: Ayvens Mobility Monitor 2026 (Ipsos), Fleet Magazine, Fleetime · 16-17 luglio 2026

Numero della settimana
243
Sono le violazioni ransomware confermate in Italia secondo il Cyber Risk Report di TrendAI, business unit di Trend Micro: settimo posto al mondo, dietro Stati Uniti (4.893), Canada, Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. Il dato che conta di più, però, non è la posizione in classifica: sono le imprese di medie dimensioni a presentare il rischio più alto, e gli eventi più frequenti riguardano accessi al cloud e identità digitali, non tecniche sofisticate. (Fonti: TrendAI Cyber Risk Report 2026, ANSA)
Citazione
"Un problema nato come questione di componenti è ormai diventato un problema di domanda."
— Shilpi Jain, Senior Analyst di Counterpoint Research, sul mercato degli smartphone dopo un secondo trimestre chiuso a -11%, il peggiore dal 2013. La frase è utile fuori dal suo contesto: descrive il momento in cui una difficoltà di fornitura smette di essere un problema di chi produce e diventa un problema di chi vende, perché il prezzo si è mosso e il cliente ha smesso di comprare. Nella filiera digitale di quest'anno succede a catena, dai telefoni ai PC agli apparati di rete.