L'accordo annunciato il 26 agosto chiude la causa aperta nel 2023 da un gruppo di procuratori generali statali guidati dalla California. La parte economica è la più citata, ma quella che cambia davvero le cose è l'altra: per gli utenti sotto i diciotto anni Instagram e Facebook partiranno con un limite di due ore al giorno, con l'app bloccata fra mezzanotte e le sei, i like nascosti, l'autoplay disattivabile e un feed senza algoritmo disponibile per chi lo vuole. Le impostazioni le può cambiare solo un genitore. Meta nega ogni responsabilità e l'accordo attende ancora l'omologazione del tribunale.
Sull'importo conviene essere precisi, perché le testate danno numeri diversi. Engadget indica un massimo di 18 miliardi di dollari, di cui il settanta per cento, circa 12,6 miliardi, a carico di Meta e distribuito su dieci anni, mentre i restanti 5,3 miliardi scattano solo se YouTube e TikTok adottano tutele equivalenti. UPI riporta un accordo da 16,7 miliardi, che salirebbe a 17,1 con l'adesione di altre piattaforme, con 29 procuratori generali coinvolti e un primo versamento intorno ai 12 miliardi. Sono ricostruzioni della stessa intesa fatte da fonti diverse: finché il testo omologato non è pubblico, la cifra esatta resta da confermare.
Il meccanismo condizionale è la parte più interessante e passa quasi inosservata. Se anche YouTube e TikTok adottano le stesse misure, i limiti si stringono ancora: il tetto giornaliero scende a un'ora e la finestra di blocco notturno si allarga dalle ventidue alle sette. In altre parole l'accordo prova a spostare uno standard di settore usando i soldi come leva, invece di limitarsi a sanzionare una singola azienda.
Per chi lavora con questi canali le conseguenze sono operative, non ideologiche. Notifiche di utilizzo ogni quindici minuti e promemoria a sessanta e novanta minuti accorciano le sessioni. Il blocco notturno cancella una fascia oraria che per alcuni pubblici era la più densa. I like nascosti tolgono un segnale sociale su cui si regge una parte del linguaggio creativo, e il feed non algoritmico introduce una platea che vede i contenuti in ordine cronologico. Nessuna di queste cose riguarda gli account business in modo diretto, ma tutte cambiano quando e come una parte del pubblico è raggiungibile.
Va detto anche cosa non c'è. L'accordo riguarda gli Stati Uniti, non l'Europa, e non introduce obblighi qui. Ma i requisiti di verifica dell'età e le impostazioni predefinite per i minori sono esattamente i temi su cui si sta muovendo il dibattito europeo, e un precedente di questa dimensione è il tipo di materiale che finisce citato nei documenti di consultazione.
Fonti: Engadget · 26 agosto 2026, con la ripartizione 70/30 dell'importo e l'elenco delle modifiche di prodotto; UPI · 26 agosto 2026, con la cifra di 16,7 miliardi e i 29 procuratori generali. L'accordo non è ancora omologato dal tribunale
Ciena ha commissionato a Censuswide un'indagine su 1.200 professionisti fra operatori di telecomunicazioni, fornitori wholesale di fibra e service provider regionali, cento per ciascuno dei dodici mercati coinvolti, con rilevazione fra il 13 e il 23 luglio 2026. I Paesi sono Stati Uniti, Canada, Brasile, Messico, Regno Unito, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Australia, India, Vietnam, Indonesia e Singapore. L'Italia non c'è, e questo va tenuto presente nel leggere i numeri.
Il novanta per cento del campione si aspetta che i servizi di rete ad alta capacità per l'intelligenza artificiale facciano crescere i ricavi nei prossimi tre o cinque anni, e il 56% li indica come la prima nuova fonte di introiti. L'88% considera urgente aggiornare le reti ottiche. Il 96% attende ricavi dai servizi MOFN entro tre anni, cioè da reti ottiche gestite messe a disposizione del cliente con capacità dedicata, e il 51% li vede come lo strumento principale per collegare fra loro i data center. Sempre il 51% ha già lanciato o lancerà entro dodici mesi servizi di cifratura quantum-safe.
La distanza fra le due percentuali principali è il punto. Novanta si aspetta ricavi, ottantotto dice che l'infrastruttura non è pronta: la domanda arriva prima della capacità di servirla. Per un'impresa che compra connettività fra sedi o verso il cloud significa che nei prossimi mesi le trattative si sposteranno dal prezzo al mese alla capacità disponibile su una tratta specifica, e che vale la pena chiedere adesso cosa è previsto sulla propria, prima di firmare per tre anni.
Fonte: indagine Censuswide per Ciena, ripresa da CorCom · 26 agosto 2026
È partita a luglio la campagna Misura Internet Mobile 2026, promossa da AGCOM con il supporto della Fondazione Ugo Bordoni. Le misure si fanno in esterno, da autovetture attrezzate, su circa 1.200 punti distribuiti in 45 comuni che valgono intorno ai tredici milioni di abitanti e ottomila chilometri quadrati. Ci sono tutte le città sopra i 200.000 residenti tranne Venezia, esclusa per ragioni logistiche. Gli operatori misurati quest'anno sono quattro: Fastweb più Vodafone, ora unite, iliad, TIM e WINDTRE.
Il metodo è quello che rende i dati confrontabili. Il territorio comunale viene diviso in quadrati da cinquecento metri, con priorità alle zone più popolate. Su ogni punto si fanno prove statiche da dieci minuti e prove in movimento, con lo stesso terminale per tutti, un Samsung Galaxy S25+ con Android 16. Si misurano velocità in download e upload, tasso di insuccesso, perdita di pacchetti, latenza, jitter e comportamento dei video su YouTube. Dal campione vengono scartati il cinque per cento dei valori migliori e il cinque per cento dei peggiori. Le misure sul campo finiscono a novembre, l'elaborazione è a dicembre e i risultati confrontabili fra operatori arrivano a febbraio 2027.
Per chi gestisce un'azienda il valore non sta nella classifica, che arriverà comunque tardi rispetto ai rinnovi di quest'autunno. Sta nel fatto che esiste un metro pubblico e uguale per tutti su una cosa che di solito si compra sulla fiducia. Chi ha personale in mobilità, punti vendita o mezzi connessi può intanto raccogliere le proprie misure sulle tratte che conta davvero, che sono quelle percorse ogni giorno, e usarle come base concreta di confronto quando i dati ufficiali usciranno.
Fonte: campagna AGCOM e Fondazione Ugo Bordoni Misura Internet Mobile 2026, ricostruita da MondoMobileWeb · 24 agosto 2026
Secondo Omdia le connessioni IoT satellitari passeranno dai 7,7 milioni del 2023 a 197,7 milioni nel 2035, con una crescita media annua del trentuno per cento. La quota più grande è delle costellazioni in orbita bassa, l'88,6%, mentre ai satelliti geostazionari resta il 7,3%. Il dato che colpisce di più riguarda le auto: dalle undicimila unità connesse via satellite spedite nel 2023 si arriverebbe a 112 milioni l'anno entro il 2035.
Il confronto con il resto del mercato tiene le proporzioni al loro posto. L'IoT cellulare arriverà a 5,9 miliardi di connessioni e il totale delle tecnologie IoT a 48 miliardi. Il satellite resta quindi una fetta piccola, ma cresce dove le altre reti non arrivano: agricoltura, monitoraggio ambientale, energia e utility, trasporti e logistica, veicoli connessi. John Canali, che in Omdia segue l'analisi sull'IoT, colloca la spinta nella caduta dei costi di lancio e nella maturazione delle costellazioni in orbita bassa.
Per un'azienda italiana la lettura pratica è di continuità, non di innovazione. Un mezzo, un impianto o un sensore che oggi perde il segnale in valle o in mare aperto smette di essere un buco nel dato e diventa una voce di costo aggiuntiva ma prevedibile. La domanda da fare al fornitore di telemetria, oggi, è se il suo apparato è predisposto per un fallback satellitare o se cambiarlo significa rifare il parco.
Fonte: previsioni Omdia sull'IoT satellitare, riprese da Telecoms.com · 24 agosto 2026
Verizon ha annunciato una partnership full stack con Google Cloud che copre automazione di rete, assistenza clienti, processi interni, cybersecurity e marketing. Alla base c'è il data lake dell'operatore, integrato con Google Agentic Data Cloud e usato come fonte unica per gli agenti, con le tecnologie Gemini Enterprise sopra. Dalla collaborazione precedente, avviata nell'aprile 2025, l'azienda dichiara di rispondere in modo completo al novantacinque per cento delle richieste dei clienti.
C'è un secondo pezzo che spiega perché l'accordo sta in piedi da entrambe le parti. Verizon si era già aggiudicata un contratto da un miliardo di dollari per fornire fibra spenta verso i data center di Google. Da un lato l'operatore vende infrastruttura all'hyperscaler, dall'altro compra da lui l'intelligenza che gli serve per far funzionare la propria macchina. È uno scambio che descrive bene dove si sta spostando il potere contrattuale.
La domanda che si porta dietro vale anche fuori dalle telco, e riguarda qualsiasi azienda di medie dimensioni. Costruire in casa o appoggiarsi a chi ha già la piattaforma? Chi sceglie la seconda strada compra velocità e la paga in dipendenza, perché i dati stanno nel sistema del fornitore e la logica di servizio pure. Non è una scelta sbagliata, è una scelta che va scritta nel contratto: cosa succede ai dati e ai modelli addestrati se fra tre anni si cambia idea.
Fonte: annuncio Verizon e Google Cloud, con dichiarazioni di Alfonso Villanueva, chief transformation officer di Verizon, riportato da Telecoms.com · 25 agosto 2026
Gartner colloca i ricavi mondiali dei semiconduttori a 1.555,2 miliardi di dollari nel 2026, contro gli 809 miliardi del 2025, e a 1.939,9 miliardi nel 2027. Dentro quel totale le memorie pesano 837,3 miliardi, cioè il 54%, e sono la voce che tira: la casa di analisi indica per il 2026 una crescita della DRAM del 246,6% e della NAND flash del 371,9%. Il resto dei semiconduttori cresce del 21,9%, a 717,9 miliardi. I data center dedicati all'AI valgono il 36,5% dei ricavi 2026 e supererebbero il 53% nel 2030.
Sono previsioni, e vanno lette come tali. Ma la direzione la si vede già nei listini: quando la domanda di memoria per l'addestramento assorbe la capacità produttiva, il prezzo lo pagano anche i prodotti che con l'AI non c'entrano niente. Un server aziendale, un notebook, un NAS in sala macchine montano la stessa DRAM che finisce nelle schede acceleratrici.
Chi ha un piano di rinnovo hardware nei prossimi dodici mesi ha due cose da fare adesso, e nessuna delle due è tecnica. La prima è chiedere al fornitore per quanto tempo tiene fermo il prezzo di un'offerta, perché la finestra di validità si sta accorciando e conviene saperlo prima di programmare l'acquisto. La seconda è separare nel budget il costo della macchina da quello della memoria e dello storage, perché sono le due voci che si muovono di più e che rendono inutile un preventivo di sei mesi fa.
Fonte: previsioni Gartner sul mercato mondiale dei semiconduttori, riprese da CorCom · 24 agosto 2026
Vertiv ha annunciato l'ampliamento dello stabilimento di Letterkenny, nel nord-ovest dell'Irlanda: settemila metri quadri aggiuntivi e fino a trecento nuove assunzioni, con capacità in più su produzione, collaudo, sistemi di alimentazione e raffreddamento per data center hyperscale e per carichi di intelligenza artificiale.
È una notizia industriale, non tecnologica, e per questo dice qualcosa di utile. Nel dibattito sui data center si parla quasi sempre di chip e di energia, quasi mai di quello che sta in mezzo: quadri elettrici, gruppi di continuità, unità di raffreddamento. Sono i componenti con i tempi di consegna più lunghi e più difficili da comprimere, e sono spesso la ragione vera per cui una sala parte in ritardo.
Per chi in Italia sta progettando una sala nuova o un ampliamento, il segnale è che la capacità produttiva europea si sta muovendo, ma con i tempi della manifattura, non del software. Nella pianificazione conviene chiedere le date di consegna dei sistemi di potenza e raffreddamento prima di fissare quella di accensione, e non il contrario.
Fonte: annuncio Vertiv sull'ampliamento dello stabilimento di Letterkenny, ripreso da CorCom · 25 agosto 2026
Il 25 agosto Boston Scientific ha rilevato un attacco informatico e il giorno dopo lo ha comunicato alla SEC. Nel documento l'azienda descrive interruzioni e accessi limitati ad alcuni sistemi informativi e applicazioni di business che sostengono parti delle operazioni, compresa la capacità di elaborare e spedire gli ordini dei clienti, e aggiunge che non è ancora noto quando il ripristino sarà completo. Parliamo di un gruppo con 59.000 dipendenti, tredici stabilimenti produttivi, presenza in 127 Paesi e oltre venti miliardi di dollari di ricavi nel 2025. Al momento della pubblicazione nessun gruppo ransomware aveva rivendicato l'attacco e il tipo di intrusione non era noto.
Il punto per un'azienda italiana non è cosa è successo a Boston Scientific. È che un attacco a un fornitore diventa un problema di chi compra senza che nessuno abbia bucato niente in casa propria. Ordini fermi, consegne che slittano, e soprattutto nessuna data di rientro da comunicare a valle. In una filiera sanitaria o industriale questo si traduce in reparti che restano senza materiale e in clienti che chiedono conto a chi ha firmato il contratto, non a chi ha subito l'attacco.
Le cose da mettere per iscritto sono tre e valgono a ogni rinnovo. Entro quante ore il fornitore è obbligato a comunicare un incidente che tocca la fornitura, e a chi. Cosa prevede il contratto quando la causa dell'inadempimento è un attacco informatico, che in molti testi finisce sotto forza maggiore e quindi non prevede nulla. E se esiste una seconda fonte qualificata per i due o tre codici che fermerebbero davvero la produzione. Sono domande da ufficio acquisti, non da reparto IT.
Fonte: documento depositato da Boston Scientific presso la SEC, riportato da BleepingComputer · 26 agosto 2026
Ubiquiti ha rilasciato correzioni per tre vulnerabilità di gravità massima. CVE-2026-77537 riguarda l'applicazione UniFi Protect, quella della videosorveglianza, e nasce da una validazione dell'input inadeguata sfruttabile da remoto senza autenticazione. CVE-2026-77550 è una CRLF injection su UniFi OS che consente di aggirare l'autenticazione a chi ha accesso alla rete. CVE-2026-77554 permette l'esecuzione di comandi su UniFi Talk. Le versioni corrette sono UniFi Protect 7.2.105 o successive, UniFi Talk 5.3.2 o successive e UniFi OS Server 5.1.21. Lo stesso giorno l'azienda ha chiuso altre diciotto vulnerabilità di gravità critica su più linee di prodotto. Censys traccia oltre centomila istanze di UniFi OS raggiungibili da internet, un numero che comprende scansioni storiche e va preso come ordine di grandezza. Al momento della pubblicazione non risultavano sfruttamenti osservati.
Il motivo per cui questa notizia riguarda le piccole imprese più delle grandi è l'installato. UniFi è l'apparato che si trova negli uffici di venti persone, nei negozi, nei magazzini: rete, access point e telecamere messi in opera una volta dall'installatore e poi mai più toccati, spesso senza nessuno in azienda che sappia dire quale versione stia girando. Non serve un attaccante sofisticato quando l'aggiornamento non è mai stato fatto.
Nello stesso giro di giorni è emerso un caso che completa il quadro dal lato opposto: una falla senza patch su alcuni router Calix forniti dagli operatori, che permette a chiunque, dall'esterno, di aprire porte verso i dispositivi interni. Lì l'apparato non è nemmeno dell'azienda, è in comodato. Chi risponde di un dispositivo che non hai comprato, non puoi aggiornare e non puoi sostituire è una domanda che va posta al fornitore di connettività, e messa nel contratto.
Fonti: avvisi di sicurezza Ubiquiti e dati Censys, riportati da BleepingComputer · 26 agosto 2026; vulnerabilità Calix priva di correzione, BleepingComputer · 24 agosto 2026
CISA ha inserito il 25 agosto nel catalogo delle vulnerabilità sfruttate una falla di Gitea, il gestore di repository leggero che molti reparti IT e software house hanno installato per non dipendere da servizi esterni. Riguarda le versioni precedenti alla 1.27.1 e la correzione è nella 1.27.2. La registrazione autonoma degli utenti è attiva per impostazione predefinita: basta iscriversi, creare un repository e sfruttare l'endpoint di confronto delle modifiche per eseguire comandi come utente di sistema. In un caso documentato l'intera sequenza, dalla registrazione al rilascio di un programma di mining, si è chiusa in undici secondi. Shadowserver conta circa cinquemila istanze esposte.
La seconda riguarda Zimbra, il server di posta diffuso fra provider, studi professionali e piccole aziende come alternativa a Exchange. La vulnerabilità, con punteggio 8,9, sta nel componente di monitoraggio SNMP quando le notifiche sono attive e consente l'esecuzione di codice da remoto senza autenticazione. Le versioni precedenti alla 10.1.20 sono interessate e la correzione è disponibile dal 20 luglio. Al 22 agosto risultavano 274 istanze compromesse e oltre 8.200 ancora non aggiornate.
Fra la patch e lo sfruttamento di massa sono passate cinque settimane. È il tempo tipico, e coincide quasi sempre con le ferie di chi avrebbe dovuto aggiornare. Vale la pena mettere per iscritto una cosa sola: chi è la persona che, ad agosto, riceve gli avvisi di sicurezza dei server che tengono in piedi la posta e il codice, e cosa succede quando quella persona è in vacanza.
Fonti: catalogo CISA delle vulnerabilità sfruttate e rilevazioni Shadowserver, riportati da BleepingComputer e Help Net Security · 25 e 26 agosto 2026
Google ha comunicato che dal 1° ottobre 2026 le chiamate perse durante l'orario di apertura verranno addebitate come contatti validi nelle campagne Local Services Ads, a condizione che chi chiama resti in linea per più di venti secondi. Dove è previsto un menu con selezione a tastiera, i venti secondi partono solo dopo che il tasto è stato premuto, e non c'è addebito se il cliente non seleziona nulla e non viene instradato. Anche le chiamate di richiamo successive vengono addebitate quando rispettano i criteri di contatto valido, pure nel caso in cui la prima non fosse stata conteggiata. In parallelo Google annuncia nuove tutele contro chiamate automatiche e spam, senza dettagliare come funzioneranno.
Riguarda le attività locali che vivono di telefono: idraulici, elettricisti, serramentisti, studi, officine. Fino a oggi una chiamata non risposta era solo un'occasione persa. Da ottobre è un'occasione persa che si paga, e il costo si sposta dalla qualità del servizio alla velocità con cui qualcuno alza la cornetta.
Un mese e mezzo bastano per prepararsi, se si guardano le cose giuste. Quante chiamate arrivano fuori dagli orari dichiarati nella scheda, che è il primo posto dove intervenire. Quanto dura in media l'attesa prima della risposta, perché venti secondi passano in fretta. E se il centralino instrada davvero verso una persona o verso un menu che nessuno ha più ascoltato da anni.
Fonte: comunicazione Google sulle Local Services Ads, riportata da Search Engine Land · 25 agosto 2026
Whitespark ha analizzato 1,8 milioni di schede Google Business Profile distribuite su 4.209 categorie. Le attività che scelgono una categoria primaria specifica compaiono nei primi dieci risultati nel 12,5% dei casi, contro il 9,2% di chi ne sceglie una generica. L'esempio più chiaro è quello dei parrucchieri: chi si classifica come salone di acconciature ha una posizione media di 49,9 e finisce in prima pagina nell'11,3% dei casi, chi si classifica come centro estetico scende a 60,0 di posizione media e al 3,2%.
Il secondo dato riguarda la completezza della scheda, misurata su una scala da zero a cinque. Chi sta a zero ha una posizione media intorno a 62 e compare nei primi dieci risultati nel quattro per cento dei casi. Chi sta a cinque sale a una posizione media di 43 e al tredici per cento. Sono circa diciannove posizioni di differenza e il triplo delle apparizioni in prima pagina, per un lavoro che non costa niente. I settori si comportano in modo diverso: i servizi per la casa hanno una completezza media di 4,4 e il 55% di schede complete, associazioni e organizzazioni si fermano a 3,0 e al 22%.
È il tipo di intervento che si rimanda per anni perché sembra amministrativo. Vale la pena aprire la propria scheda oggi, guardare quale categoria primaria è stata scelta, probabilmente da qualcun altro anni fa, e controllare quanti campi sono rimasti vuoti. È mezz'ora di lavoro con un ritorno misurabile, che è una cosa rara in questo mestiere.
Fonte: analisi Whitespark su 1,8 milioni di schede Google Business Profile, ripresa da Search Engine Land · 25 agosto 2026
Il post parte da una cosa che non ha fatto: non ha mai venduto NFT, corsi costruiti sul nulla, pezzi di metaverso. Dice che gli è costato parecchio, e che è stata una scelta. Il punto non è nostalgico ed è quello che rende la riflessione utile a chi compra comunicazione: su quei mercati qualcuno ha incassato, il mercato è sparito, e i soldi persi erano di chi aveva comprato. Chi vendeva è ancora al suo posto. La conclusione che ne trae è che l'unica cosa costruita davvero non sono i follower, che si comprano e si gonfiano, ma il fatto che quando dici una cosa ti credono.
I numeri italiani che porta a sostegno reggono, e vale la pena riprenderli dalla fonte primaria. La sesta edizione del listino dei compensi degli influencer curato da DeRev, pubblicata il 2 luglio 2026 su circa cinquemila profili italiani e 865.000 post, stima il mercato dell'influencer marketing in Italia a 425 milioni di euro, il 10,4% in più del 2025. Nello stesso studio i profili sopra i tre milioni di follower arretrano per il terzo anno di fila: meno 9,5% su Instagram, meno 8,6% su TikTok, e il calo tocca anche Facebook e YouTube. Il 63,2% di quei profili ha perso follower su Instagram nell'arco dell'anno. Il tasso di interazione per post su Instagram si ferma all'1,61% per loro e sale al 4,56% per la fascia intermedia, quasi il triplo.
Due precisazioni servono, perché nel passaggio dal report al post due cifre si sono spostate. La crescita del 17,7% riguarda le community della fascia intermedia, cioè quanti follower hanno guadagnato, non i compensi: quelli salgono del 9,2% su Instagram e del 7,1% su TikTok, che è comunque il segno opposto rispetto alle celebrity. E la fascia intermedia, per DeRev, su Instagram e TikTok parte da 50.000 follower, non da 100.000. Va aggiunto che sulla dimensione del mercato esiste una seconda stima per lo stesso anno, quella di UPA con UNA Media Hub, che indica 550 milioni di euro: una differenza del trenta per cento che dipende da cosa si conta dentro. Sul numero di imprese il dato è solido e viene da InfoCamere con l'Università di Padova, presentato a febbraio 2026: oltre 25.000 aziende italiane con la produzione di contenuti digitali nell'oggetto sociale, il 185% in più rispetto al 2015.
Non si confermano invece le cifre globali. I 250 miliardi di dollari sono una stima di Goldman Sachs riferita al 2023, con proiezione a 480 miliardi entro il 2027, e i duecento milioni di persone che si definiscono creator vengono da un report Linktree del 2022: altre rilevazioni, a seconda di come si definisce un creator, vanno da cinquanta a oltre trecento milioni. Il ragionamento non ne esce indebolito, anzi. La parte che conta è quella verificabile e riguarda chi compra: guardare l'interazione invece del numero sotto la faccia, e guardare cosa quella persona ha venduto fino a ieri, perché la reputazione di chi parla si attacca al marchio che lo ingaggia.
Fonti: post LinkedIn di Marco Camisani Calzolari, testo fornito · 27 agosto 2026; dati di mercato e compensi dalla sesta edizione del listino DeRev · 2 luglio 2026; stima alternativa UPA e UNA Media Hub · marzo 2026; imprese dei creator da InfoCamere e Università di Padova · febbraio 2026; stime globali da Goldman Sachs · 2023 e Linktree · 2022, riportate qui con i loro anni reali
Apple ha annunciato l'evento per mercoledì 9 settembre 2026, alle dieci del mattino ora del Pacifico, ad Apple Park, con lo slogan ufficiale "Surprise and Shine". La diretta sarà sul sito Apple, su YouTube e nell'app Apple TV. Questa è la parte accertata. Tutto il resto, a oggi, è indiscrezione: si parla di iPhone 18 Pro e Pro Max, di un modello pieghevole, di Apple Watch Series 12 e Ultra 4, di un chip a due nanometri e di un iPhone 18 base rinviato alla primavera 2027. Vanno trattate per quello che sono, voci non confermate dall'azienda.
Per un responsabile IT la parte utile dell'evento non sono i telefoni, sono le date di rilascio di iOS 27, iPadOS 27 e macOS, che di norma vengono comunicate lì. Da quelle dipendono le finestre di collaudo delle applicazioni interne, gli aggiornamenti delle configurazioni MDM e il momento in cui conviene bloccare o consentire l'aggiornamento sui dispositivi aziendali.
C'è anche un dato di contesto che aiuta a decidere su cosa collaudare. Secondo Counterpoint Research, nel secondo trimestre 2026 l'iPhone 17 è stato il telefono più venduto al mondo con il sei per cento delle unità, con il 17 Pro Max secondo e il 17 Pro terzo, e cinque modelli Apple nella top ten. È una fotografia di cosa hanno realmente in mano le persone, che di solito è diverso da ciò che si annuncia a settembre.
Fonti: annuncio dell'evento Apple del 9 settembre, MacRumors · 26 agosto 2026; dati di vendita Counterpoint Research sul secondo trimestre 2026, MacRumors · 26 agosto 2026
La società britannica Generational ha analizzato circa diecimila veicoli elettrici circolanti nel Regno Unito, con un indice costruito su oltre ottomila test che valuta l'equilibrio fra le celle e altri fattori di degrado. Lo stato di salute medio delle batterie risulta del 95,15%, un dato migliore di quanto il mercato dell'usato tenda a dare per scontato. Lo squilibrio mediano fra la cella più carica e la meno carica è di otto millivolt.
La parte che conta sta però nelle code della distribuzione. Circa un veicolo su ottantacinque mostra squilibri superiori a cinquanta millivolt, e circa uno su duecento supera i cento millivolt, soglia che segnala un guasto già in corso. Oliver Phillpot, amministratore delegato di Generational, spiega che questi squilibri sono spesso impercettibili e che il difetto può poi incidere su autonomia, ricarica o valore residuo. Non c'è nessuna spia che si accende, e sostituire una singola cella è spesso impraticabile: sulle architetture cell-to-pack la batteria fa parte della struttura del veicolo.
Per chi gestisce una flotta in noleggio il tema non è ambientale, è contabile. Il valore residuo è il numero da cui dipende il canone, e un veicolo su ottantacinque con un difetto invisibile è esattamente il tipo di rischio che oggi viene prezzato a occhio. Man mano che una diagnostica indipendente diventa disponibile, la domanda da porre al momento della riconsegna o dell'acquisto di un usato cambia: non più quanti chilometri ha fatto, ma che cosa dice il test sullo stato della batteria.
Fonte: studio Generational sullo stato di salute delle batterie, riportato da Fleet Magazine · 26 agosto 2026
Il Consiglio dei ministri ha prorogato fino al 5 settembre 2026 la riduzione di diciassette centesimi al litro sull'accisa del gasolio, misura che era data in scadenza il 26 agosto. Il costo dichiarato è di circa 130 milioni di euro, coperti con un acconto fiscale al trentanove per cento sui dividendi dei grandi gruppi energetici, con un credito d'imposta equivalente. I prezzi di riferimento citati sono intorno a due euro al litro per la benzina e sopra 2,13 per il gasolio, circa il ventuno per cento in più rispetto all'estate 2025. Confesercenti stima in circa trecento milioni di euro il risparmio per i consumatori nei soli mesi di luglio e agosto.
Dopo il 5 settembre il governo annuncia sostegni selettivi basati sul reddito, il cui perimetro non è ancora definito. È l'informazione che conta di più per chi ha un parco mezzi, e va detta senza girarci intorno: un sostegno costruito sul reddito delle persone difficilmente riguarda le partite IVA con veicoli aziendali.
La conseguenza pratica è la stessa di dieci giorni fa, e vale la pena ripeterla perché adesso c'è una data. Il budget carburante del prossimo esercizio va costruito su accise piene, trattando eventuali sconti come una sopravvenienza. E chi ha contratti di fornitura indicizzati farebbe bene a rileggere la clausola di adeguamento adesso, non il 6 settembre.
Fonte: decreto carburanti approvato dal Consiglio dei ministri, riportato da ANSA · 26 agosto 2026
"I problemi di squilibrio tra celle sono spesso impercettibili"